Autostereogrammi: l’illusione della tridimensionalità

La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.

Hugo Von Hofmannsthal

Tutto nasce da un’illusione, un inganno teso ai nostri occhi. Un’immagine bidimensionale, che osservata attentamente nasconde sotto alla propria superficie un’inattesa profondità.
Stiamo parlando di stereogrammi, figure piane progettate appositamente per fornire l’illusione ottica della terza dimensione.

Sono diverse le tipologie di stereogrammi conosciute: la più antica è l’immagine stereoscopica parallela, creata da Sir Charles Wheatstone nel 1838, al quale seguiranno altre forme di stereogramma, come l’anaglifo o l’integramma sviluppato da Gabriel Lippman. In tempi più recenti, con l’avvento del computer, dallo stereogramma a punti casuali, sviluppato nel 1959 dagli studiosi della scienza della visione Bela Julesz e MacArthur Fellow, si è giunti all’elaborazione del primo autostereogramma, avvenuta nel 1979 ad opera di Christopher Tyler, studente di Bela Julesz.

stereogramma a punti casuali di Julesz, articolo blog youston lab

Ma cos’è esattamente un autostereogramma? Ad un primo impatto appare come un’ immagine che rappresenta un pattern ripetitivo e variamente colorato, ma al suo interno cela una particolarità, insita negli occhi di chi osserva. Alla base di tutto si pone la modalità di visione dell’occhio umano, ottenuta modificando l’angolo di convergenza dello sguardo. L’occhio destro e quello sinistro percepiscono il mondo da una prospettiva leggermente diversa, quanto sufficiente per far si che le due singole immagini rielaborate dal cervello suggeriscano sia la distanza che la profondità di un oggetto. Parliamo quindi di visione stereoscopica o visione binoculare, caratteristica degli animali che hanno gli occhi sullo stesso lato del corpo.

Da dove giunge quindi l’illusione della tridimensionalità? Partiamo dal presupposto che quando osserviamo una di queste immagini è necessario rilassarsi e svuotare la mente: sembrerà strano, ma l’aspetto psicologico è fondamentale. Riuscire a percepire l’immagine tridimensionale nascosta sotto alla superficie richiede infatti un minimo di astrazione da ciò che ci circonda e, gradualmente, dobbiamo fare in modo che i nostri occhi si focalizzino più vicino o più lontano rispetto alla reale posizione dell’immagine. Agendo in tal modo, entrambi gli occhi inviano gli stessi segnali al cervello, ma vengono rielaborati come se provenissero da due prospettive diverse, producendo così l’effetto tridimensionale sopra o sotto l’immagine piana. Parliamo di tecnica divergente quando poniamo gli occhi più paralleli del normale, riuscendo a mettere a fuoco in lontananza, visualizzando quindi l’oggetto come emergente dallo sfondo; la tecnica convergente prevede di incrociare gli occhi per mettere a fuoco più vicino, ottenendo l’illusione della tridimensionalità al di sotto dell’immagine.

autostereogramma, articolo blog youston lab

La creazione di un autostereogramma al giorno d’oggi è molto più semplice grazie a software specifici, in grado di rielaborare un’immagine ripetitiva con riferimento ad una mappa della profondità.

La storia degli autostereogrammi rappresenta un affascinante capitolo nello studio della percezione della profondità da parte dell’uomo, e ha permesso di comprendere come alla base risieda un complesso processo neurologico e non un semplice meccanismo della vista.